Ricordo che da bambino andavo a giocare al Foro Italico, proprio su quei campetti che stanno sotto i pini prospicienti la Tribuna Tevere che confinano con lo stadio dei Marmi. Erano partitelle con amichetti che vivevano a Prato Falcone e a Prati, dove allora abitavo. Erano i classici scontri di 8 contro 8 o di squadre equilibrate da due autonominatesi capitani leader che sceglievano i componenti della loro squadra in base alle simpatie ma anche bravura del compagnuccio di gioco. Ovvio che per primi venivano scelti quelli ‘bravi’ e, via via, si terminava con la pippa di turno che –vuoi o non vuoi- terminava sempre in porta, perché si pensava, fosse il posto dove avrebbe fatto meno danni. A quei tempi non c’era una educazione calcistica fatta di schemi e passaggi intelligenti come oggi; tutti correvano appresso al pallone menando calci a tutto spiano per far valere la forza fisica e si calciava addirittura da fondo campo per sorprendere il portiere-pippa avversario: d’altronde quello che contava era fare gol. Partite che terminavano con punteggi da videogioco: 15 a 12 oppure 20 a 3! Eppure, in tutti quei bambini (me compreso), c’era il sogno di poter giocare sul verde prato di quello stadio che stava a meno di 50 metri da noi che ci ritrovavamo, sudati come anguille e con più di una sbucciature sulle ginocchia, a fare la fila per bere alla fontanella dopo aver esaurito ogni forza a fine partita.

Questo ricordo rispolverato da un cassetto della mia memoria, non deve essere troppo dissimile da quello che probabilmente Francesco Totti, conserva nella sua mente. Il bambino di Porta Metronia, a differenza di noi bambini della fine degli anni 50, ha avuto la fortuna di essere aiutato in maniera fondamentale, dalla sua famiglia che gli ha permesso, con sacrifici di ogni ordine e grado, di frequentare una vera scuola di calcio e di essere educato alle tecniche di gioco e ai segreti dell’iniziazione sportiva.
Ma fondamentalmente il luogo comune, quello di giocare sul verde prato dell’Olimpico per la propria squadra del cuore, è stato lo stesso.

Oggi si celebrano 201 reti siglati da Checco con la unica maglia della Roma e questo certifica, una volta di più, la sua appartenenza romana e romanista. Uomo e campione dei record (praticamente quelli giallorossi li ha polverizzati tutti), Totti capitano indiscusso di una Roma che gli ha fatto vincere troppo poco per le sue potenzialità, ha scelto di essere sempre quel bambino di Porta Metronia e di continuare a coltivare un sogno. In questo Francesco di adesso, marito e padre felice, non ha tradito il bambino Checco che veniva accompagnato dalla mamma ai campi di allenamento di quella che sarebbe stato il suo unico e grande amore di sportivo e tifoso.

Ci sono state società che avrebbero fatto carte false per avere il nostro numero 10 e che, qualora Francesco avesse scelto di cambiare vita, gli avrebbero fatto guadagnare trofei che il nostro capitano non ha ricevuto. Magari un pallone d’oro, una o più Champions chissà…ma Checco non ha venduto la sua fede che lo voleva vedere solo con i colori amati addosso.

La sua classe non può mai essere discussa. Gli assist ai compagni, le sue giocate, la sua eleganza: tutto questo fa parte delle doti di Totti. Così come la sua abnegazione e l’attaccamento alla maglia, raro esempio di questi tempi di un calcio mercenario. Francesco –ed è cosa nota- ha rifiutato il passaggio a club prestigiosi che gli avrebbero garantito più ricchezza e più fama.

Che Totti non sia eterno lo sappiamo: come sappiamo bene che queste stagioni sono il suo canto del cigno. Un cigno non nero e neppure bianco, bensì giallorosso come la Roma che ama. Proprio come quei ragazzini che, oltre quarantenni fa, giocavano con un supertele a fianco all’Ollimpico, pensando di indossare un giorno, la stessa maglietta di Giacomino Losi.